Chi si avvicina all’EMDR dopo una formazione in altri orientamenti spesso nota una cosa: il trattamento ha una struttura molto definita. Otto fasi, un ordine preciso, procedure standardizzate. Può sembrare rigido. In realtà è il contrario, è quella struttura a rendere possibile un lavoro profondo senza perdere il controllo del processo.
Questo articolo ripercorre le 8 fasi dell ‘EMDR non come checklist, ma come architettura clinica: cosa fa ogni fase, perché sta dove sta, e cosa succede quando si salta qualcosa.
La logica sottostante
Le 8 fasi non sono una sequenza arbitraria. Seguono la logica del modello AIP: identificare le esperienze che hanno generato la disfunzione, accedere al materiale immagazzinato in modo maladattivo, processarlo fino a risoluzione adattiva, verificare che l’elaborazione sia completa e stabile nel tempo.
Ogni fase prepara quella successiva. Saltare la preparazione per arrivare prima alla desensibilizzazione è uno degli errori più costosi in termini clinici, non perché violi una regola formale, ma perché un paziente non stabilizzato non ha le risorse per attraversare l’elaborazione senza destabilizzarsi ulteriormente.
Fase 1 — Anamnesi e concettualizzazione del caso
L’obiettivo non è raccogliere una storia, ma costruire una mappa. Quali esperienze hanno posto le basi per la disfunzione attuale? Quali situazioni nel presente la riattivano? Cosa dovrà essere appreso o acquisito per il funzionamento futuro?
Il modello AIP guida questa fase: i sintomi presenti sono il punto di arrivo, non il punto di partenza. La concettualizzazione lavora a ritroso, dai pattern attuali verso le esperienze precoci che li hanno generati. Strumenti utili in questa fase sono la linea del tempo, la lista dei ricordi più disturbanti dell’infanzia, l’affect scan e il floatback per identificare i target primari.
È anche il momento di valutare la finestra di tolleranza, la presenza di dissociazione, la qualità delle risorse interne disponibili. Queste informazioni determinano direttamente i tempi e le modalità della fase successiva.
Fase 2 — Preparazione
È la fase più sottovalutata e, clinicamente, una delle più decisive.
La preparazione ha tre funzioni: psicoeducazione sul modello e sul trattamento, costruzione dell’alleanza terapeutica, installazione di risorse per la stabilizzazione. Il posto sicuro, il resource development and installation, le tecniche di contenimento, non sono accessori opzionali. Sono le condizioni che rendono possibile l’elaborazione.
Con pazienti con storia traumatica complessa, disturbi dissociativi o strutture di personalità fragili, questa fase può durare settimane o mesi. Il criterio non è cronologico ma clinico: il paziente ha risorse sufficienti per entrare nell’elaborazione e uscirne stabilizzato?
Fase 3 — Assessment
In questa fase si accede al target in modo strutturato. Si elicitano i componenti del ricordo: immagine rappresentativa, cognizione negativa, cognizione positiva desiderata, emozioni, sensazioni corporee. Si misurano i valori baseline con le scale VOC (Validity of Cognition, 1-7) e SUD (Subjective Units of Disturbance, 0-10).
Un aspetto spesso discusso: la cognizione negativa non è una descrizione dell’evento, ma una generalizzazione su sé stessi che emerge da quell’evento. “Sono in pericolo”, “sono inadeguato”, “non ho controllo”, formulazioni che appartengono alle categorie responsabilità, sicurezza, scelta. La precisione nella formulazione della cognizione negativa orienta l’elaborazione e anticipa il materiale che emergerà.
Fase 4 — Desensibilizzazione
È il cuore del trattamento. Il paziente mantiene in mente il target (immagine, cognizione negativa, sensazione corporea) mentre viene sottoposto alla stimolazione bilaterale. Alla fine di ogni set riporta quello che emerge: nuove associazioni, immagini, emozioni, ricordi, insight.
Il terapeuta interviene il meno possibile. Il processo associativo ha una sua direzione, il compito clinico è monitorarlo, riconoscere quando si blocca e, in quel caso, usare degli interventi integrativi per introdurre informazioni adattive che riattivino il movimento.
La desensibilizzazione è completa quando il paziente ritorna al target originale con SUD pari a zero o a uno ecologicamente valido.
Fase 5 — Installazione
Si lavora sul rafforzamento della cognizione positiva. Il paziente tiene insieme il ricordo target e la cognizione positiva, si misura la VOC. L’obiettivo è portarla a 7 o al livello massimo ecologicamente plausibile per quella persona in quel momento.
Una cognizione positiva che non sale oltre un certo livello nonostante l’elaborazione completa è un segnale clinico: spesso indica materiale non ancora processato, oppure una cognizione positiva formulata in modo non ecologico rispetto al contesto di vita reale del paziente.
Fase 6 — Scansione corporea
Il paziente percorre mentalmente il corpo con il target e la cognizione positiva in mente. Qualsiasi residuo di tensione, attivazione o sensazione fisica viene processato con ulteriori set di stimolazione bilaterale.
Questa fase è spesso sottostimata nella pratica clinica. La risoluzione cognitiva ed emotiva non implica necessariamente la risoluzione somatica. La scansione corporea chiude il ciclo.
Fase 7 — Chiusura
Assicura la stabilità del paziente al termine della seduta, sia che l’elaborazione sia stata completata sia che sia rimasta incompleta. Nel secondo caso si usano le tecniche di stabilizzazione della fase 2. Si introduce il diario TICES per il monitoraggio tra le sedute. È uno strumento che aiuta a osservare e annotare le reazioni tra una seduta e l’altra, suddividendo l’esperienza in cinque elementi chiave: Trigger (Fattore scatenante), Immagine, Cognizione, Emozione e Sensazionefisica. Questo ci servirà nella fase di rivalutazione.
Fase 8 — Rivalutazione
Apre ogni seduta successiva. Si verifica che gli effetti del trattamento si siano mantenuti, si accede al target dell’ultima seduta per controllare che il processamento sia stabile, si esplorano nuove manifestazioni della disfunzione che possono essere emerse.
È anche la fase in cui si valuta il funzionamento del paziente nel sistema reale, non solo in seduta. Il cambiamento clinicamente significativo si legge nella vita quotidiana, non nella stanza di terapia.
Una nota sul protocollo tridimensionale
Le 8 fasi lavorano sempre su tre dimensioni temporali: passato (le esperienze che hanno generato la disfunzione), presente (le situazioni che la riattivano), futuro (i template per il funzionamento adattivo). Un trattamento completo non si esaurisce con l’elaborazione dei target del passato, include il processamento degli stimoli attuali ancora attivanti e l’installazione di scenari futuri adeguati.
Le 8 fasi dell’EMDR non sono un protocollo da applicare meccanicamente. Sono una struttura che tiene insieme rigore clinico e flessibilità: abbastanza solida da contenere il processo, abbastanza aperta da lasciare che il paziente lo guidi.
Conoscere la logica di ogni fase, non solo la procedura, è quello che permette di usarle bene: di riconoscere quando rallentare, quando la preparazione non è ancora sufficiente, quando un blocco nella desensibilizzazione segnala materiale non ancora raggiunto. La struttura, in questo senso, non è un vincolo. È lo strumento che rende possibile il lavoro.
Bibliografia
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