Ci sono esperienze che non finiscono quando finiscono. Un incidente, un’aggressione, un lutto improvviso, una catastrofe. L’evento è passato, ma qualcosa dentro continua a girare: immagini che tornano senza preavviso, una sensazione costante di allerta, il bisogno di evitare tutto quello che ricorda quello che è successo.
Non è debolezza. Non è esagerazione. Potrebbe essere un disturbo post traumatico da stress.
Cos’è il disturbo post traumatico da stress
Il disturbo post traumatico da stress (spesso abbreviato in PTSD, dall’inglese Post Traumatic Stress Disorder) è una risposta psicologica che può svilupparsi dopo aver vissuto o assistito a un evento in cui la vita o l’incolumità propria o di altri è stata minacciata.
Non è una reazione rara o strana. È una risposta del sistema nervoso a qualcosa che lo ha sopraffatto, un evento talmente intenso da non riuscire a essere elaborato e archiviato come un ricordo normale.
Il problema non è l’evento in sé. Il problema è che il cervello non riesce a metterlo nel passato. Quel ricordo rimane attivo, pronto a riattivarsi ogni volta che qualcosa nel presente (un suono, un odore, una situazione) lo richiama.
Come si riconosce
Il disturbo post traumatico da stress si manifesta attraverso quattro tipi di sintomi principali.
Il primo è la riesperienza: flashback, incubi, pensieri intrusivi che riportano all’evento come se stesse accadendo adesso. Non sono ricordi normali, hanno una qualità viva, immediata, sensoriale.
Il secondo è l’evitamento: la persona tende a stare lontana da tutto ciò che può richiamare l’evento. Luoghi, persone, conversazioni, pensieri. L’evitamento dà sollievo a breve termine, ma nel tempo restringe sempre di più lo spazio di vita.
Il terzo è l’iperattivazione: il sistema nervoso rimane in allerta anche quando non c’è nessun pericolo reale. Difficoltà a dormire, irritabilità, difficoltà di concentrazione, reazioni di allarme esagerate. Il corpo è come se aspettasse sempre che succeda qualcosa.
Il quarto riguarda i cambiamenti nel pensiero e nell’umore: senso di colpa, vergogna, sensazione di essere cambiati in modo permanente, distacco dagli altri, perdita di interesse per le cose che prima erano importanti.
Non è necessario avere tutti questi sintomi per ricevere una diagnosi. E non è necessario che i sintomi compaiano subito dopo l’evento, in alcuni casi possono manifestarsi mesi dopo.
Perché non passa da solo
Una domanda comune è: perché non riesco a superarlo? Sono passati mesi, anni. Dovrebbe stare meglio.
La risposta sta nel modo in cui il cervello elabora le esperienze traumatiche. Normalmente, quando viviamo qualcosa di difficile, il cervello lo processa, ne estrae quello che serve e lo archivia come memoria del passato. Con il trauma questo meccanismo si inceppa. Il ricordo rimane bloccato, con tutte le emozioni, le sensazioni fisiche e i pensieri che lo accompagnavano nel momento in cui è accaduto.
Il tempo da solo non basta a sbloccare questo meccanismo. Anzi, più passa il tempo senza che il trauma venga elaborato, più il sistema di evitamento si consolida e più diventa difficile avvicinarsi a quello che fa paura.
Non è una questione di forza di volontà. È una questione di come funziona il cervello sotto stress estremo.
Quando chiedere aiuto
Se dopo un evento traumatico i sintomi persistono oltre un mese e interferiscono con la vita quotidiana (il lavoro, le relazioni, il sonno, la capacità di stare bene) vale la pena parlarne con uno specialista.
Il disturbo post traumatico da stress risponde bene al trattamento. Esistono approcci terapeutici con solide evidenze scientifiche, tra cui la terapia EMDR, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come trattamento di elezione per il trauma. Non si tratta di rivivere indefinitamente quello che è successo, ma di aiutare il cervello a fare quello che non è riuscito a fare da solo: elaborare l’esperienza e metterla nel passato.
Chiedere aiuto non significa che l’evento ha vinto. Significa che ci si sta prendendo cura di sé.
Riferimenti bibliografici
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Shapiro, F. (2001). Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Basic Principles, Protocols, and Procedures (2nd ed.). Guilford Press.
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