Capita, a volte, di reagire in modo sproporzionato a qualcosa di apparentemente piccolo. Una parola, un tono di voce, una situazione banale e il corpo si attiva come se fosse in pericolo. Come se stesse accadendo qualcosa di grave, adesso.
Non è irrazionalità. È memoria.
Il cervello non archivia tutto allo stesso modo
La maggior parte delle esperienze che viviamo viene elaborata e archiviata correttamente. Succede qualcosa, lo attraversiamo, ne traiamo quello che serve (un apprendimento, un ricordo) e andiamo avanti. L’esperienza diventa passato.
Ma alcune esperienze no. Soprattutto quelle in cui ci siamo sentiti in pericolo, sopraffatti, soli, umiliati, impotenti. Quelle esperienze possono rimanere bloccate, con tutte le emozioni, le sensazioni fisiche e i pensieri che le accompagnavano nel momento in cui sono accadute. Non elaborate, non integrate, sospese.
Questo è il punto di partenza del modello AIP, l’Adaptive Information Processing, sviluppato da Francine Shapiro come base teorica della terapia EMDR. Il modello descrive come il cervello elabora normalmente le esperienze e cosa succede quando questo processo si inceppa.
Quando il passato diventa presente
Il problema non è ricordare. Il problema è che certi ricordi non si comportano come ricordi: si comportano come eventi in corso.
Quando qualcosa nel presente richiama un’esperienza non elaborata (una sensazione simile, una situazione analoga, anche solo un odore o un suono) il cervello non recupera un ricordo lontano, riattiva l’esperienza originale, con le stesse emozioni, le stesse sensazioni nel corpo, lo stesso senso di minaccia.
Il passato, in quel momento, diventa presente.
Questo spiega molte reazioni che in superficie sembrano difficili da capire. La persona che si blocca davanti a un conflitto anche minimo. Chi non riesce a fidarsi anche quando non c’è un motivo reale per non farlo. Chi vive con un senso cronico di inadeguatezza nonostante le prove concrete del contrario. Non si tratta di carattere, né di scelta. Si tratta di memoria non elaborata che continua a guidare le risposte automatiche nel presente.
Non solo i grandi traumi
Un’idea comune è che il trauma riguardi solo eventi eccezionali: catastrofi, violenze, incidenti gravi. Il modello AIP chiama questi eventi i traumi con la T maiuscola.
Accanto ai traumi con la T maiuscola, quelli che soddisfano i criteri clinici per il disturbo da stress post-traumatico, esistono quelli con la t minuscola. Esperienze più comuni, ma non per questo meno incisive: essere stati ripetutamente criticati o ignorati, aver vissuto in un ambiente familiare instabile, aver subito umiliazioni a scuola, essersi sentiti un peso, non amabili, non abbastanza.
Queste esperienze, se non elaborate, si depositano nella memoria nello stesso modo. E possono costituire la base di molte difficoltà nel presente: ansia, bassa autostima, difficoltà nelle relazioni, sensazione di non avere controllo sulla propria vita.
La ricerca supporta questa estensione: uno studio su oltre 800 persone ha rilevato che gli eventi di vita comuni possono produrre tanti sintomi da stress quanto gli eventi traumatici gravi.
Cosa cambia con l’elaborazione
Quando un ricordo viene elaborato, non scompare. Rimane accessibile, ma cambia il modo in cui viene vissuto. Perde la carica emotiva che lo rendeva attivo. Smette di comandare le risposte automatiche nel presente.
La persona può ricordare quello che è successo senza essere travolta da quello che ha sentito allora. Può riconoscere il passato come passato.
Questo è l’obiettivo del lavoro su trauma e memoria in terapia: non cancellare, non dimenticare, non riscrivere la storia. Permettere che l’esperienza si integri, che trovi il posto che le spetta, tra le cose che sono già accadute.
Bibliografia
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