Quando si parla di trauma, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un evento estremo (un incidente, una violenza, una catastrofe). Qualcosa di eccezionale, riconoscibile, impossibile da ignorare.
Ma esiste un altro tipo di trauma, molto più comune e molto meno visibile. Non nasce da un singolo evento drammatico. Nasce dalle relazioni, da quello che è successo ripetutamente, nel tempo, in contesti che avrebbero dovuto essere sicuri.
Cosa sono i traumi relazionali
I traumi relazionali, chiamati traumi con la “t” minuscola per distinguerli dagli eventi più catastrofici, sono esperienze che non mettono a rischio la vita fisica, ma feriscono qualcosa di altrettanto essenziale: il senso di valore, la fiducia negli altri, la capacità di sentirsi al sicuro nel mondo.
Qualche esempio: essere stati ripetutamente criticati o svalutati da un genitore. Crescere in una famiglia in cui il conflitto era costante. Essere stati ignorati nei momenti di difficoltà. Aver vissuto anni di bullismo a scuola. Aver subito umiliazioni sul lavoro. Aver attraversato una separazione traumatica o un tradimento.
Nessuno di questi eventi compare nei manuali diagnostici come causa automatica di PTSD. Eppure possono lasciare tracce profonde nel corpo, nelle relazioni e nell’immagine che abbiamo di noi stessi.
Perché fanno così male
La caratteristica più insidiosa dei traumi relazionali è la loro ripetizione. Non è un colpo singolo da cui ci si può riprendere. È una serie di esperienze che si accumulano, giorno dopo giorno, spesso in un periodo della vita (l’infanzia, l’adolescenza) in cui non si hanno ancora gli strumenti per elaborarle.
Il cervello impara da ciò che vive. Se quello che vive, ripetutamente, è di non essere abbastanza, di non meritare attenzione, di dover fare attenzione agli umori degli altri per sopravvivere, quelle esperienze diventano la lente attraverso cui viene filtrata tutta la realtà successiva.
Questo spiega perché molte persone arrivano in terapia non per un evento specifico, ma per qualcosa di più diffuso e difficile da nominare: una sensazione cronica di inadeguatezza, una difficoltà nelle relazioni, un’ansia che non ha un oggetto preciso, una fatica a fidarsi. Sintomi reali, che hanno radici reali, anche se quelle radici non sono sempre facili da riconoscere.
Il problema del riconoscimento
Uno degli ostacoli più comuni è che chi ha vissuto traumi relazionali spesso non li riconosce come tali. “Non mi è successo niente di grave.” “Avevo tutto quello che mi serviva.” “I miei genitori facevano del loro meglio.”
Queste affermazioni possono essere vere. E possono coesistere con il fatto che certe esperienze abbiano comunque lasciato un segno. Non si tratta di colpevolizzare nessuno. Si tratta di capire come certi pattern si sono formati e come continuano a influenzare il presente.
La ricerca mostra che le esperienze avverse vissute nell’infanzia, anche quelle che non raggiungono la soglia del “T grande”, hanno un impatto cumulativo significativo sul benessere psicologico e fisico nel lungo periodo. Più esperienze difficili si accumulano, più aumenta il rischio di sviluppare difficoltà in età adulta.
Cosa si può fare
Riconoscere i traumi relazionali è già un passo importante. Non per rileggere il passato con risentimento, ma per capire meglio il presente, perché si reagisce in certi modi, perché certe situazioni attivano risposte sproporzionate, perché è così difficile sentirsi abbastanza.
Il lavoro terapeutico su questi traumi richiede tempo e gradualità. Non si tratta di rivivere il passato, ma di aiutare il sistema nervoso a integrare esperienze che non sono mai state elaborate completamente, e di costruire, a partire da lì, una relazione con se stessi più solida e meno condizionata da quello che è stato.
Riferimenti bibliografici
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